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Caregiver e Covid-19

11/05/2020


Come stanno vivendo questa emergenza i caregiver, ossia coloro che si prendono cura di una persona, solitamente un familiare, che ha bisogno di aiuto in modo continuativo? In quali condizioni si trovano? Quali esigenze esprimono? E quali indicazioni possiamo trarne per la “fase 2” appena iniziata?

Un'indagine realizzata nell'ambito del progetto “Time to Care, finanziata da Fondazione Cariplo, prova a rispondere a queste domande.

L'indagine è stata promossa da Associazione per la Ricerca Sociale (ARS) assieme ad Acli Lombardia e VillageCare, con la collaborazione delle sezioni lombarde di Legacoop, Spi Cgil, Fnp Cisl, Ordine degli Assistenti Sociali, Auser, Anteas.

Con un questionario online, tra il 14 aprile e il 3 maggio, sono state raggiunte quasi mille persone (esattamente 958). Un questionario che è diventato occasione per dire, parlare, sfogarsi: desideri chiaramente palpabili nelle domande che sono state lasciate “aperte”. Di seguito i risultati principali.

In Italia i caregiver familiari, che si prendono cura di una persona anziana o con disabilità, sono oltre 7,3 milioni (Istat) e di loro si hanno ancora poche informazioni.

Sono donne, e in misura schiacciante: nell'85% dei casi. Un po' di tutte le etàma c'è una forte concentrazione tra i 50 e i 60 anni, fascia che racchiude il 46% dei caregiver.

Le risposte sono arrivate prevalentemente dalle regioni del Nord (nell'83% dei casi), meno dal Centro (12%), e in misura ancora inferiore da Sud e Isole (5%).

Secondo l'indagine, fino al mese di febbraio, due caregiver su tre lavoravano. Ad oggi uno su quattro ha ridotto le ore di lavoro, altrettanti hanno temporaneamente sospeso l'attività lavorativa, mentre il 6% l'ha persa definitivamente.

In quasi nove casi su dieci la persona assistita ha più di 65 anni e l'età media è di 79 anni. Le persone sotto i 65 anni di età sono meno numerose (12%), rappresentando una disabilità giovane e adulta che in ogni caso assorbe livelli di impegno pari e a volte maggiori di quelli richiesti da una persona anziana.

Nella maggior parte dei casi la persona assistita è il genitore del caregiver o il coniuge. Residuali, ma presenti, sono i caregiver nei confronti di “amici”. A dimostrazione che le dinamiche di aiuto non riguardano necessariamente solo i consanguinei, ma una dimensione relazionale più ampia, che ha fatto parlare di “iperfamiglia”.

Poco più di un terzo (36%) dei caregiver dichiara che l'anziano assistito veniva seguito da una badante. Che conseguenze ha avuto l'emergenza Covid su questo aiuto? Il rapporto di lavoro è stato interrotto in più di un caso su quattro (27%), mentre nell'11% dei casi il suo orario è stato ridotto.

La chiusura del rapporto di lavoro (che può essere per licenziamento del datore di lavoro o per dimissioni del lavoratore) apre due drammi: quello di lavoratrici che rimangono disoccupate, condizione che nel lavoro domestico è poco sopportabile, soprattutto se a lungo, e famiglie le cui necessità rimangono scoperte, e i cui bisogni rischiano di comprimerle ancora di più.

Il dato meno atteso e forse più significativo riguarda gli aiuti richiesti dai caregiver. Al primo posto chiedono servizi, quei servizi domiciliari che molti di loro, anche prima del coronavirus, non hanno mai visto. Lo desidera quasi metà di loro.

E colpisce anche che la cosa che interessa di più ai caregiver sia avere informazioni su ciò che il territorio offre, prima che aiuti concreti: un aiuto a rompere l'isolamento, la mancanza di conoscenze, per sapere che cosa effettivamente si muove nella prossimità del contesto di vita. Altri tipi di aiuto a cui si è interessati sono, in ordine di frequenza: aiuti nell'assistenza alla persona in stato di necessità, un sostegno psicologico (a se stessi e alla persona aiutata), aiuti nella propria casa, infine un aiuto per avere dotazioni

MESSAGGI NELLA BOTTIGLIA

In una domanda finale, aperta, è stato chiesto di aggiungere commenti e osservazioni sul momento attuale. Hanno risposto in 180. Ne esce la rappresentazione di un mondo. Una rappresentazione che vale tanto quanto i numeri finora presentati. Difficile farne una sintesi, perché ogni storia è a sé. E tuttavia colpisce la fatica diffusa, il sentirsi sotto pressione quotidianamente, soprattutto nelle situazioni di convivenza, i drammi della solitudine, dell'isolamento quando non addirittura dell'abbandono di persone che non escono di casa da anni, la complicazione a fare qualsiasi cosa, il dispiacere per i servizi frequentati e chiusi. 

Il racconto è quello di famiglie sole, spaesate perché povere di riferimenti – talvolta autoreferenziali nelle poche aspettative che esprimono. È la realtà di un impegno muto perché poco abituato a viversi come tale, ad esternare i propri sentimenti e le proprie esigenze. Una realtà lontana dai servizi di welfare, più rassegnata che rivendicativa, che vogliamo continuare a ricercare, a scoprire. Anche a loro, in questa emergenza, dobbiamo essere grati. 


Si  ringrazia la FNP 

fonte sito FNP - sito www.pensionati.cisl.it